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Il primo percorso di mentoring in Italia per aspiranti freelance

Intervista a Chiara Rizzo

Intervista a Chiara Rizzo

 

Oggi ospitiamo sul LaBlog l’intervista a Chiara Rizzo, una collega che probabilmente in molti conoscono come l’altra metà di Doppioverso (avevi letto l’intervista all’altra Doppioverso?). Chiara è una traduttrice specializzata in giornalismo politico, web e divulgazione, e collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste, tra cui Wired, Reset, Arab Media Report, traducendo articoli di attualità perlopiù legati al particolare contesto del mondo arabo. Traduce e ha tradotto  saggistica e testi accademici per diversi editori (tra cui Mondadori, Marsilio, UTET, Skira) e si occupa anche di editing, ufficio stampa e organizzazione di eventi culturali. Ecco la sua intervista.

 

 

1. Come sei arrivata a questa professione? E diventare freelance è stata una scelta o un obbligo?

Ho iniziato a tradurre per caso. Mi sono laureata in Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico, e avevo tradotto alcuni brani di un libro, all’epoca non ancora disponibile in edizione italiana, per inserirli nella mia tesi. Il relatore, che al di fuori dell’ambito accademico dirigeva una rivista online ed era in procinto di avviare un nuovo progetto per il quale ci sarebbe stato massiccio bisogno di contenuti tradotti, è rimasto favorevolmente impressionato da quegli stralci di traduzione e mi ha chiesto di collaborare con lui. Occasione che ho colto al volo!

Diventare freelance è stata una scelta e un obbligo, conseguenza di mille peripezie: mi sono trasferita da Roma a Torino per amore e ho fatto per qualche anno un altro lavoro, poi ho avuto due bimbe e non riuscivo più a conciliare gli orari di ufficio con le esigenze familiari, quindi dopo innumerevoli acrobazie per far quadrare il cerchio ho mollato tutto e ho ripreso l’attività di traduttrice ripartendo da ZERO (ci sono voluti ANNI per tornare a pieno regime).

 

 

 

2. Come ti sei specializzata sul mondo arabo?

Tutto ciò che ho raccontato poche righe più su circa il mio “esordio” accadeva ad aprile/maggio del 2001, e il nuovo progetto in cantiere era un sito/osservatorio sul dialogo interculturale e la politica internazionale. Quando dico internazionale intendo di tutti i tipi eh, dal concetto di Islam democratico all’Unione europea ai liberal americani, ecc. Pochi mesi dopo, però, c’è stato l’11 settembre, e a quel punto il mondo arabo ha ovviamente monopolizzato la scena – prima c’è stata la cronaca, poi le varie ipotesi, poi ci si è iniziati a interrogare sul perché fosse accaduto e sul problema dello “scontro di civiltà”, un dibattito che non si è ancora concluso – e ha preso di conseguenza il sopravvento rispetto agli altri temi su cui ero chiamata a tradurre.

 

 

 

 

3. Come si fa a farsi conoscere come traduttori nel mondo dei quotidiani e delle riviste? Qual è il modo migliore per presentarsi e proporsi in questo settore?

Rispetto al mondo dell’editoria libraria quello del giornalismo è un po’ meno “criptico”, a mio avviso. Sui siti delle case editrici è difficile reperire contatti di un referente diretto a cui proporsi, le redazioni delle testate invece per loro stessa natura hanno bisogno di un contatto più diretto con gli altri. Spesso ci sono mail, telefoni ed è più facile stabilire un collegamento: io consiglio di mandare, oltre al cv, link o brevi estratti di cose che avete già tradotto, meglio se attinenti. In mancanza di contatti e conoscenze dirette, in genere basta fare riferimento alla segretaria di redazione. Nelle testate più piccole può capitare che il direttore gestisca tutta l’attività del giornale, ma in quelle di medie dimensioni è la segreteria di redazione a gestire l’anagrafica dei collaboratori: non solo traduttori, ma anche giornalisti esterni, grafici, catering per eventi ecc. Quasi certamente verrà richiesta una piccola prova di traduzione, almeno per tutte le mie collaborazioni è stato così. Altra casistica, più rara, ma ve la cito perché a me è capitata: la possibilità di stringere “alleanza” con un giornalista anche lui freelance, che si affidi a voi per tradurre – per esempio – interviste a personaggi stranieri o contenuti analoghi. In quel caso l’articolo ovviamente esce a firma del giornalista che l’ha scritto, e in ogni caso sono pochi i freelance che possono permettersi di pagare l’outsourcing della traduzione, i più preferiscono arrangiarsi da sé. Ma non è detto. Per chiudere, un piccolo avvertimento: se è vero che il mondo del giornalismo è per certi versi più “aperto”, è anche molto esposto allo sfruttamento. Ho molti amici che fanno i giornalisti freelance e mi raccontano spesso che la situazione è tragica: parecchie testate (online e non) chiedono di scrivere articoli per due soldi, o addirittura gratis. Lo stesso vale con i traduttori. Valutate caso per caso, ma non fatevi fregare!

 

 

 

4. Com’è nata l’idea del blog Doppioverso? Quanto tempo investi al giorno/alla settimana/al mese in questo progetto? 

Ho conosciuto Barbara a un corso di STL Formazione e da romane entrambe trapiantate a Torino abbiamo iniziato a frequentarci e siamo piano piano diventate amiche. Nessuna delle due aveva un sito, nemmeno una pagina vetrina, così abbiamo deciso di crearne uno insieme per darci la spinta a vicenda (lei è una procrastinatrice, io una tremebonda, da sole sarebbe stata la tela di Penelope!). Inizialmente l’avevamo pensato come un sito statico, e il blog avrebbe dovuto essere un semplice corollario. Poi l’appetito vien mangiando e… è diventato praticamente tutto blog! In genere una volta al mese ci incontriamo per la programmazione dei post. Io non sono multitasking, per niente, quindi non riesco a dedicare una parte della giornata a doppioverso e un’altra al lavoro di traduzione. Di norma mi tengo una giornata/giornata e mezza a settimana per occuparmi solo di quello (solitamente un giorno scrivo il post, se quella settimana tocca a me, e la mezza giornata successiva lo impagino). I social invece li seguiamo entrambe, giorno per giorno, ma non postando tantissimo non è granché impegnativo: entrambe detestiamo i profili troppo presenzialisti, che pubblicano aggiornamenti ogni due/tre ore, ne abbiamo “silenziati” un mucchio perché ci sembra che alla fine diventi tutto solo RUMORE e basta, e non vogliamo che il nostro sia così.

 

 

 

 

5. Com’è la tua giornata lavorativa tipo? Come ti organizzi?

Lavoro “in tromba” dalle 8.30 di mattina, quando torno dopo aver accompagnato le bimbe a scuola, alle 15.30, quando esco per andarle a riprendere. Dopo le 15.30 lavorativamente parlando non esisto: seguo le attività delle bimbe, faccio le mie commissioni, la sera sto con la mia famiglia. Ovviamente tutto questo al netto delle emergenze/necessità: se sto con l’acqua alla gola per una consegna posso lavorare anche la notte e il sabato e la domenica, ma dopo un triste periodo in cui purtroppo era diventata la norma mi sono ripromessa di far sì che appunto si tratti di eccezioni, non della regola. Probabilmente in questo sono agevolata dal fatto che ultimamente sto traducendo più saggistica che giornalismo, con tempi più dilatati, e quindi pianificando bene riesco abbastanza a seguire la mia routine.

 

 

 

6. Qual è l’errore più grande che hai commesso nel tuo lavoro? E come hai affrontato questa difficoltà?

Sai che ho pensato tantissimo a come rispondere a questa domanda e non mi è venuto in mente granché? Da una parte è positivo, perché vuol dire che probabilmente di errori madornali non ne ho commessi! 😉 Forse, rimuginandoci a fondo, l’errore più grande che ho fatto nel mio lavoro è stato di smettere di farlo per un po’. All’epoca l’ipotesi di una vita da freelance non mi toccava, quando invece essendo già abbastanza rodata e consolidata nell’attività di traduttrice avrei potuto tranquillamente portarla avanti e intraprendere quest’avventura anche in un’altra città, invece ho voluto puntare a una presunta stabilità, a un “posto fisso” in ufficio e quando tutto è finito sono rimasta con un pugno di mosche, costretta a ripartire da zero perché quell’interruzione di anni aveva letteralmente cancellato tutto ciò che avevo costruito prima. Poco male, mi sono rimboccata le maniche e sono ripartita, ma probabilmente col senno di poi me lo sarei risparmiato.

 

 

 

 

7. Qual è l’errore più comune che vedi commettere da chi si affaccia al mondo del lavoro come freelance?

Sottovalutare il contesto in cui ci si muove. In primis il tempo che ci vuole: spesso passano mesi e mesi di ricerche infruttuose di contatti prima di cavar fuori qualcosa. Ma non solo: in generale è proprio un discorso di mancanza di cura e di attenzione per il mercato, per il mondo in cui vuoi inserirti, un aspettarsi a tutti i costi la pappa pronta. A doppioverso scrivono e si rivolgono moltissimi aspiranti traduttori: molti (i più) sono persone in cerca – giustamente – di una bussola e di informazioni sensate che siamo ben felici di dare, perché a noi avrebbe fatto piacere riceverle agli inizi del nostro lavoro (credo sia questo anche l’intento del tuo Freelance Lab, no?). Altri però, e anche quelli sono moltissimi, scrivono senza nessuna cognizione di causa, senza nessuna conoscenza della filiera editoriale o del contesto in cui aspirano a entrare e (se posso dirlo) senza nessun rispetto per l’interlocutore, perché non ti danno alcuna coordinata per aiutarli, sembra quasi che si aspettino una formula magica che né noi né nessun altro può dare.

 

 

 

8. Quale consiglio spassionato vorresti dare alle caviette?

Non scoraggiatevi e datevi tanto da fare, come del resto già state facendo, informandovi, facendo formazione e cercando di capire come muovervi. C’è un motto di tal Tim Notke, un motivatore famosissimo, che ho letto diverso tempo fa decidendo di farne un po’ la mia regola di vita in tutti gli ambiti, non solo in quello professionale. Recita così: HARD WORK BEATS TALENT WHEN TALENT DOESN’T WORK HARD (in soldoni “l’impegno batte il talento quando il talento non si impegna”). Con questo non voglio dire che non sia necessaria la stoffa, quella è il punto di partenza per tutto, ma ne sono convinta: la determinazione e la tenacia sono la chiave per raggiungere qualsiasi obiettivo.