Intervista a Sara Pisano

Oggi ospite delle interviste del Freelance Lab c’è Sara Pisano, che da 15 anni lavora come traduttrice da inglese e giapponese all’italiano, localizzatrice e Language Lead. È socia AITI dal 2008, Membership Manager del neonato chapter italiano di Women in Localization e LocLunch Ambassador. Ha un marito, 2 figlie e sempre tanta voglia di viaggiare.

E come darle torto?

Ciao Sara! Come sei arrivata a questa professione? E diventare freelance è stata una scelta o un obbligo?

Ci sono arrivata in modo abbastanza naturale e anche un po’ fortuito: dopo la laurea ho svolto un master in localizzazione, ho potuto conoscere questo settore e ho iniziato a lavorarci praticamente da subito. Quando ho deciso che questa era la mia strada, mi è parso abbastanza naturale perseguirla da freelance: i traduttori/localizzatori che conoscevo erano freelance, così per me era scontato fare lo stesso. Inoltre ero molto giovane (avevo 22 anni), volevo tornare in famiglia dopo gli studi e giù in Puglia non era semplice trovare grandi agenzie di traduzione (ancora meno di localizzazione) che assumessero traduttori. Quindi è stata una scelta piuttosto obbligata. Quando poi qualche anno più tardi mi sono sposata, è stato ancora più evidente che avrei dovuto continuare la strada da freelance (che nel frattempo era già piuttosto consolidata): mio marito fa un lavoro per il quale è spesso soggetto a trasferimenti, quindi la possibilità di spostarmi agevolmente senza dover cambiare lavoro o sede è stata una manna dal cielo. Infine, ho svolto un paio di tirocini all’inizio della professione (uno a Milano, uno a New York): sono state delle esperienze fantastiche, ma ho capito ancora di più che il lavoro da dipendente semplicemente non fa per me… quantomeno per ora! Adesso che ho due figlie, la condizione di freelance si è rivelata di nuovo una carta vincente. Non che bilanciare vita personale e vita professionale sia semplice, anzi. Però secondo me è comunque più semplice rispetto al dover lavorare fuori casa.

Come ti sei specializzata nella localizzazione?

Anche questo è stato un po’ un colpo di fortuna. Non avevo mai sentito parlare della localizzazione, prima di venire a conoscenza di un master specifico che formava localizzatori (quello offerto dall’agenzia tuttoEuropa di Torino). Mi è sembrato un settore così particolare e nuovo che ho voluto provare. Ho subito sentito che era il mestiere giusto per me: dinamico, innovativo, sempre rivolto al futuro, mai obsoleto.

Come hai trovato il tuo primo cliente? Qual è il modo migliore per presentarsi e proporsi nel settore della localizzazione?

Il mio primissimo cliente mi ha contattata su segnalazione dell’agenzia presso la quale avevo svolto il tirocinio durante il master. Sento spesso dire che un tirocinio non serve a molto: per me non è stato così! Non solo ho imparato moltissimo, ma da quell’agenzia ho ricevuto consigli, suggerimenti, quella referenza e poi anche qualche lavoro. Sono sempre stata loro molto grata. Il mio secondo “primo cliente”, ovvero il primo grande cliente con il quale collaboro tutt’oggi da tanti anni, mi ha trovata su segnalazione dei miei insegnanti del master. Quello della localizzazione è un mondo abbastanza piccolo e sono convinta che, tutt’oggi, sia un settore ancora molto legato al passaparola.

Tu fai parte di AITI da dodici anni: quali sono i vantaggi di fare parte di una associazione di categoria?

In AITI sono entrata subito, appena ho potuto soddisfare i requisiti di ammissione. Credo che far parte di un’associazione di categoria sia importantissimo per “fare gruppo” in merito alle tante questioni che riguardano una professione ancora molto poco nota come la nostra, per sostenersi a vicenda ma anche per poter lavorare concretamente allo sviluppo e al riconoscimento della categoria. E poi l’essere socia AITI mi ha permesso di conoscere tantissimi colleghi negli anni e di partecipare a tanti eventi di formazione preziosi e interessanti, a costi estremamente ridotti o addirittura gratuiti.

Com’è la tua giornata lavorativa tipo? Come ti organizzi?

La mia giornata è piuttosto noiosa, vista dall’esterno! Occupandomi quasi esclusivamente di localizzazione, faccio tutti i giorni più o meno le stesse cose. Inizio controllando la posta e il riquadro delle cose da fare di Outlook, poi stabilisco una priorità e inizio subito a lavorare! Una brevissima pausa pranzo (20 minuti al massimo) e si ricomincia. Ultimamente lavoro quasi esclusivamente come Language Lead, quindi la routine è inframmezzata da frequenti meeting con i team con cui collaboro. Cerco di concentrare tutto mentre le mie bimbe sono a scuola per poi essere libera di stare con loro, così da quando sono nate ho ridotto molto le nottate e i fine settimana passati a lavorare… anche se non sono ancora riuscita a eliminarli del tutto, purtroppo!

Qual è l’errore più grande che hai commesso nel tuo lavoro? E come hai affrontato questa difficoltà?

Non credo di aver commesso mai errori irrimediabili. Certo, noi traduttori siamo una categoria parecchio permalosetta (e in più io lo sono anche di carattere!), quindi in alcune occasioni avrei voluto essere meno impulsiva, ponderare meglio le situazioni e le risposte e trasformarle in un’occasione di crescita e professionalità. Non sempre ci sono riuscita, ma ci sto lavorando.
Un’altra cosa, non proprio un errore ma qualcosa che avrei voluto scoprire prima, è quello di non aver sempre fatto un business plan. Per anni ho “navigato a vista”: lasciandomi guidare da ciò che mi veniva proposto senza essere io molto proattiva, e il fatturato annuale era quasi una sorpresa/scommessa ogni volta. Ho invece scoperto che analizzando economicamente la mia attività, anche in modo molto semplificato (non sono mai stata brava con i numeri), programmando meglio obiettivi quantificabili e misurabili e definendo meglio le priorità, diventa addirittura più semplice gestire e far crescere il fatturato. Non passerà anno che non ne farò uno, questo è certo.

Qual è l’errore più comune che vedi commettere da chi si affaccia al mondo del lavoro come freelance?

Quello di non prendere nella giusta considerazione i fattori economici nella gestione della propria attività. Spesso ci si concentra sul lato intellettuale o tecnico della professione, senza prendere minimamente in conto il fatto che un freelance è un “piccolo imprenditore” e che deve imparare a conoscere e a gestire tutti gli aspetti commerciali del proprio lavoro, pena il restare tagliato fuori da un mercato che non conosce, in cui non riesce a inserirsi o con il quale non sa stare al passo. Purtroppo un freelance ha, il più delle volte, una forma mentis che non contempla alcuna formazione commerciale o imprenditoriale, quindi secondo me è di fondamentale importanza puntare soprattutto a potenziare questo aspetto.

Un altro errore, che anche io continuo a commettere molto spesso, è che un freelance è così abituato a occuparsi di tante cose diverse che fa molta fatica a demandare. Il freelance, specie quello “agli inizi”, vuole fare da sé, per risparmiare, perché sa di potercela fare; invece, demandare alcuni aspetti del proprio lavoro può essere utilissimo per liberare tempo utile da dedicare alle attività fatturabili.

Quale consiglio spassionato vorresti dare alle caviette?

Quello di non smettere mai di credere che possano lavorare in proprio, arrivare dove vogliono ed essere indipendenti e felici. E poi di imparare a essere flessibili. Questo lavoro richiede una grandissima adattabilità: e sapersi adattare, non essere restii a novità, cambiamenti o anche semplicemente a diverse esigenze del cliente, è un aspetto non solo vincente, ma assolutamente essenziale in questa professione, sia svolta da freelance che non. In bocca al lupo!

 

 

 

Parlo e scrivo in tutte le lingue che conosco Bevo tè bollente a tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni. Amo quello che faccio e lo condivido con chi vuole fare il mio stesso lavoro.