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Il primo percorso di mentoring in Italia per aspiranti freelance

Intervista a Roberta Zantedeschi

Intervista a Roberta Zantedeschi

Ho incontrato Roberta all’evento che mi ha aperto gli occhi e mi ha aiutato a diventare una freelance migliore nel 2016: di lei mi sono piaciuti subito i suoi occhioni blu, grandi e profondi, sinceri e dolci. Roberta è una di quelle persone che ti viene voglia di abbracciare e quando ha parlato sul palco del Freelancecamp ho capito che oltre ad avere un aspetto rassicurante è anche una che sa di cosa parla.

Ma chi è Roberta Zantedeschi? Recruiter e formatrice, freelance. Lavora per trovare il giusto incastro tra i bisogni delle aziende e le aspirazioni di chi cerca un (nuovo) lavoro; l’ambizione è di contribuire un po’ al percorso di crescita professionale delle persone che incontra. Si occupa anche di revisione e riscrittura di Curriculum perché non si rassegna al formato europeo (meno male!). Mamma e compagna come meglio può, blogger incostante ma presente, appassionata di scrittura. Corre.

Ecco la sua intervista per il Freelance Lab.

  1. Com’è stato il tuo percorso per arrivare a lavorare come freelance?
    Mai avrei immaginato di arrivare alla Libera Professione. Ho sperimentato il lavoro consulenziale prima come dipendente all’interno di uno studio e mi è piaciuto il fatto di lavorare per più clienti e di seguire progetti differenti. Ho poi vissuto l’azienda e ho sofferto la staticità ma soprattutto ho capito che nel lavoro funziono meglio se posso lavorare in autonomia.
  2. A farmi maturare l’esigenza di dare una svolta alla mia carriera quindi credo sia stata da un lato la frustrazione e dall’altro il bisogno che il mio lavoro fosse ricco di senso prima di tutto per me. E dentro il senso per me c’era e c’è tutt’ora la libertà e la possibilità di organizzarmi. La spinta finale è arrivata da un evento, si chiama Freelancecamp: mi ha permesso di intravedere una strada che mai avevo considerato prima e che spero di non lasciare più (ma vedremo, non metto limiti alle possibilità).
  3. Qual è per te la più grande difficoltà del lavoro autonomo e come la affronti?
    La difficoltà più grande per me è pensare al futuro. Diversamente da chi lavora in azienda e conosce in anticipo un possibile (anche se non scontato) percorso di crescita in funzione del proprio ruolo, capacità e ambizioni, io faccio fatica a prevedere cosa sarà e cosa sarò io tra 5 o 10 anni. L’operatività di ogni giorno e il bisogno di essere sempre sul pezzo a volte ostacola un lavoro più di stampo strategico, di definizione e ridefinizione del mio percorso di crescita o di evoluzione professionale. Periodicamente però mi prendo del tempo e degli spazi ad hoc per guardare la situazione dall’alto, per alzare la testa e osservare l’orizzonte. In quei momenti scrivo molto, leggo, mi confronto e provo a fare dei piani. Non sono dei veri e propri business plan, più delle mappe mentali. Mi aiutano molto. Una frustrazione generalizzata che diventa fastidio per qualsiasi cosa è spesso il campanello d’allarme che mi dice che è ora di alzare la testa e ripensarmi.
  4. Come si fa a farsi scegliere in qualità di freelance da un potenziale cliente?
    Il cliente ha bisogno di capire che il suo problema verrà risolto al meglio: riuscire a comunicare e a far percepire di essere la soluzione giusta, questo secondo me è già un buon punto di partenza. Ma con consapevolezza e flessibilità: provando a intuire ogni volta oltre al bisogno anche lo stile e l’approccio del cliente. Riuscire a mettere in luce i diversi valori che possiamo portare capendo quando ha senso puntare sull’efficienza, quando c’è bisogno di instaurare un rapporto di fiducia, quando ancora è vantaggioso offrire condizioni agevolate o quando ha più senso dire di no e aiutare il cliente a trovare una soluzione differente.
    Dal mio punto di vista i clienti scelgono non tanto in base al brand che un freelance si porta addosso ma alla sua credibilità. Ed è la credibilità che dobbiamo riuscire a trasmettere.
  5. Quali sono le informazioni base che non possono mancare nel curriculum di un freelance? I contatti, of course. Da un punto di vista concettuale invece è fondamentale che chi legge il CV capisca bene e senza margine di interpretazione quali sono i servizi/prodotti che il freelance offre e quali sono i possibili vantaggi.Il CV va creato per chi lo riceve e non per chi lo scrive e quindi va costruito per rispondere a possibili dubbi, per evidenziare soluzioni e per evitare a chi leggere di dover interpretare o fare supposizioni.
    Aldilà dei titoli quindi conta ciò che si sa fare e come ci si può rendere utili al cliente: far intravedere soluzioni ai problemi.
  6. Solo curriculum o consiglieresti di integrare con altro?Vorrei pensare un profilo LinkedIn non manchi (quasi) mai in realtà a questa domanda dovrei rispondere con un bel “dipende!”
    Spesso un sito o una presenza professionale sui social può arricchire quello che in un CV è una sintetica e non esaustiva presentazione.
  7. Ci fai un esempio di presentazione da parte di un candidato che ti ha fatto pensare “questo ha capito cosa cerco”?

Non ho un esempio, posso dirti cosa non mi piace:

  • quando la persona che ho davanti vuole convincermi di essere la persona giusta;
  • quando la persona non riesce a farmi capire l’operatività e gli obiettivi del suo lavoro e quindi le sue competenze (parto sempre dal presupposto che sono normodotata, se non capisco non è un problema mio, probabilmente chi parla non si sta spiegando);
  • quando chi parla usa il noi “noi abbiamo fatto” “abbiamo gestito” “abbiamo realizzato” e io non capisco mai chi è questo noi e come invece si inserisce lui/lei in questo noi;
  • quando chi parla giustifica dei fallimenti o delle difficoltà incontrate attraverso il racconto di episodi specifici;
  • quando vengo interrotta continuamente;
  • quando mi chiedono “Lei ha letto il mio CV?” oppure “c’è scritto anche sul mio CV”
  • quando non c’è una struttura nella presentazione;
  • l’assenza di sintesi e focalizzazione.7. Qual è l’errore più grande che hai commesso nel tuo lavoro? E come hai affrontato questa difficoltà?
    Nel lavoro di tutti i giorni quando sbaglio è perché non faccio le domande giuste o non ascolto in modo attivo e profondo.Sto lavorando su questi due punti e mi accorgo che servono non solo a colloquio ma in generale.
    Un errore che mi riconosco è di essermi adagiata. Nella mia condizione di freelance con una lavoro garantito (perché veicolato da una società avviata) ho un po’ smesso di mettermi in discussione e quindi di crescere e di mantenermi sull’onda.
    Complice la stanchezza, due figli e molti incarichi è stato facile farsi assorbire ma è stato anche comodo.
    Ecco, la comodità è un grande pericolo per un freelance (e non solo per un freelance).

    8. Qual è l’errore più comune che vedi commettere da chi si affaccia al mondo del lavoro come freelance?
    Sono due e sono i due estremi della stessa corda:

  • da un lato vedo persone che prima di buttarsi devono aver tutto pronto, servizi definiti, prodotti già a magazzino, listino ben realizzato, sito all’ultima moda e via dicendo…
  • dall’altro vedo persone che si buttano senza un piano di azione, non dico un business plan (che comunque serve) ma senza nemmeno una valutazione del mercato per capire se stanno proponendo qualcosa che il mercato è disponibile a comprare. Il mito della passione che diventa professione insomma… io non sono convinta che funzioni proprio così.9. Quale consiglio spassionato vorresti dare alle caviette e a chi è agli inizi con la partita iva? Consapevolezza è una parola che mi sta molto a cuore e sui sto cercando di portare l’attenzione, mia e di chi incontro.
    La prima consapevolezza a cui faccio riferimento non è quella del mercato bensì di se stessi.

    Per evitare uno o l’altro degli errori di cui ho parlato poco fa.
    Ma la consapevolezza è un processo, che avanza e si estende via via agli altri ambiti: il mercato, le competenze, la comunicazione, le ambizioni ecc….
    Consapevolezza significa guardarsi dall’alto in modo oggettivo e non giudicante. Consapevolezza significa anche sapersi affidare all’aiuto di qualcun altro quando un aspetto da gestire o da definire è fuori dalla propria area di competenza.

Parlo e scrivo in tutte le lingue che conosco Bevo tè bollente a tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni. Amo quello che faccio e lo condivido con chi vuole fare il mio stesso lavoro.