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Il primo percorso di mentoring in Italia per aspiranti freelance

Storia di un tirocinio (non il mio)

Storia di un tirocinio (non il mio)

Era metà giugno, avevo tutta la stanchezza dell’anno lavorativo e dei primi caldi sulle spalle, il conto alla rovescia per le vacanze era già partito ed ero in viaggio per la Germania, per un incarico di interpretariato toccata e fuga. La mia testa era piena di pensieri e to-do-list immaginarie di cose da fare nella realtà prima della partenza e a tutto stavo pensando tranne a quel messaggio, letto di corsa e distrattamente mentre sfrecciavo sulla Brennero, accomodata lato passeggero.

L’inizio

Sono sincera, l’avevo letto e me ne ero completamente dimenticata. Ho ripescato l’email dopo qualche giorno, per puro caso, mentre controllavo la casella di posta elettronica in cerca di altro. Mi era caduto l’occhio di nuovo su quel messaggio con l’oggetto “Tirocinio?” e ho deciso di rispondere, non so perché, non so cosa mi ha fatto dare seguito a quelle poche righe, sintetiche ma semplici e dirette.

 

Appena rientrata dalle vacanze, a inizio luglio, ho conosciuto Giulia nel mio bar preferito: una ragazza alta e riccioluta con gli occhiali viola mi si è avvicinata timidamente e ha iniziato a spiegarmi cosa doveva fare e come voleva farlo. La ascoltavo mentre io ordinavo prima, e divoravo poi, la mia solita briosche alla marmellata di albicocche che grondava da tutte le parti.

La osservavo, mentre parlava: una studentessa di traduzione che viveva a Vienna e che aveva avuto il coraggio di scrivermi per farmi la sua pazza e insolita proposta. Già da quella email mi era piaciuta: c’erano alcune cose da sistemare nel suo stile di scrittura, impostato e un po’ burocratico, ma mi aveva colpito come si era raccontata e come si era proposta.

Si vedeva che era agitata, ma scandiva le parole in modo chiaro e lento, forse proprio per dominare l’ansia. Aveva estratto il suo quaderno degli appunti per leggermi le domande che voleva pormi, e anche questo suo essere organizzata e meticolosa mi aveva colpito: non potremo che andare d’accordo, ho pensato.

E poi che tempismo! In passato mi era stato chiesto da altri ragazzi e dall’Università di Modena di fare da tutor, ma avevo sempre rifiutato perché non potevo pensare di dover gestire un tirocinante mentre mi spostavo come una trottola in giro per la provincia e per la regione, sempre fuori studio, sempre fuori casa. Invece uno degli aspetti che mi ha fatto dire di sì proprio a Giulia è stato proprio il periodo nel quale me l’ha proposto. In estate di solito passo più tempo a casa, è il momento in cui programmo e organizzo  il lavoro dei mesi a venire e più facilmente avrei potuto seguire da vicino Giulia.

Le mie paure

Non l’avevo mai fatto prima e non sapevo bene neanch’io come impostare due mesi di convivenza, così ho deciso di partire da quello che faccio, da come lo faccio e ho iniziato a pensare ad alta voce a come avrebbe potuto aiutarmi Giulia e come avrei potuto al tempo stesso insegnarle qualcosa. Avevo il terrore di non essere in grado di portare avanti un’esperienza come quella, di non essere all’altezza – ciao sindrome dell’impostore!-, di non riuscire a dare a Giulia ciò di cui aveva bisogno e di farle perdere tempo. Per cercare di sedare questa insicurezza, ho stilato un piano di massima e organizzato il lavoro da fare insieme e l’ho poi modificato in corso d’opera in base alle necessità che si presentavano.

La mia paura più grande quando ho accettato di seguire Giulia per il suo tirocinio era quella di perdere la mia libertà. Quella libertà che mi mancava quando lavoravo da dipendente, quella che mi sono costruita e della quale sono estremamente gelosa. Dover dividere il mio spazio vitale – lavorativo e privato – con un’altra persona per me è uno sforzo incredibile. In più, lavorando da casa e avendo un marito, il santo Mr. P, con orari strampalati, non potevo accoglierla tutti i giorni per tutto il giorno, così ci siamo date un calendario diverso dal classico lunedì-venerdì / 9-18: Giulia suonava il campanello di casa alle 8.30 tutti i lunedì e i martedì, puntuale come un orologio austriaco, e restava fino alle 18 o oltre, a seconda delle necessità del momento, prendendosi una pausa pranzo variabile, all’ora che preferiva e per quanto tempo preferiva. Poi tornava mercoledì e venerdì pomeriggio e in qualche occasione anche di sabato o domenica – perché i freelance non hanno giorni fissi o orari, e io non faccio certo eccezione.

Cosa abbiamo fatto

Già dal nostro primo incontro a colazione ho cercato di capire cosa volesse fare Giulia, quali erano i suoi obiettivi e come si potevano conciliare con il mio lavoro.

L’aspetto fondamentale di questa collaborazione era che Giulia voleva vedere come lavora un freelance perché aveva già fatto un tirocinio in un’agenzia di traduzione e aveva capito che non era quello che faceva per lei. Da parte mia, non essendo un’agenzia appunto, non potevo garantirle un flusso costante di traduzioni, nelle combinazioni o negli argomenti che preferiva, ma al contrario avrei potuto mostrarle e delegarle parte delle attività che un freelance deve svolgere quotidianamente: fatture, preventivi, pianificazione, scrittura di contenuti, preparazione di lezioni di lingua. Ho voluto essere chiara fin da subito per non illuderla di qualcosa che non potevo materialmente fare e per non ritrovarci con imbarazzanti fraintendimenti in corso d’opera.

Questa infatti è stata la mia proposta e fortunatamente Giulia ha accettato.

Abbiamo stilato un contratto per mettere nero su bianco i nostri accordi: le ore totali di tirocinio, sia in presenza che da remoto, le mansioni che sarebbero potute essere affidate a Giulia, il mio impegno a seguirla, consigliarla, correggerla e insegnarle ciò che ancora non conosceva, l’impegno da parte di Giulia a mantenere riservate le informazioni e i dati sensibili con i quali sarebbe venuta in contatto durante il periodo a Casa F.

Abbiamo creato un file condiviso su Google – THE BRAIN – dove abbiamo segnato i giorni e gli orari concordati, una to-do list di cose delle quali Giulia si sarebbe dovuta occupare e un registro delle attività fatte, aggiornato quotidianamente, in modo da avere al termine del periodo di tirocinio un resoconto completo e dettagliato. Al termine di ogni appuntamento insieme abbiamo aggiornato le to-do list del giorno successivo e ogni fine settimana quelle dei sette giorni seguenti, in modo da poter fare modifiche in base agli imprevisti e ai progetti in entrata e restare ugualmente organizzate e produttive, senza perdite di tempo e tempi morti.

Le ho creato anche una cartella condivisa su Google Drive dove ho caricato, suddivise per lingua e argomento, le traduzioni delle quali si sarebbe dovuta occupare a casa. Per ogni progetto di traduzione le ho chiesto di creare un glossario, un file in formato .doc dove avrei potuto segnalare le mie revisioni e di utilizzare SDL Trados per esercitarsi ad utilizzare il nuovo CAT e simulare il vero lavoro richiesto dalle agenzie di traduzione. Visto che, come Giulia stessa ha ammesso nel vlog, le sue tempistiche di traduzione sono, come dire, “rilassate”, le ho chiesto di inserire all’interno di ogni progetto un report sul tempo impiegato per ogni traduzione realizzato con Toggl: in questo modo abbiamo tenuto traccia dei miglioramenti, Giulia si è sforzata di accelerare il suo lavoro e abbiamo potuto analizzare quali erano stati, di volta in volta, gli aspetti che l’hanno frenata e rallentata.

Come è finita

In una valle di lacrime! Nonostante io prediliga lavorare e stare da sola, sento già un po’ la mancanza di Giulia. In questi due mesi passati insieme mi ha aiutato in modi e su questioni che mai avrei pensato: è stata il mio braccio destro e la mia consolatrice, la ragazza piena di dubbi e quella che mi dava consigli, la supporter numero uno e la confidente. È sempre stata puntuale – tranne l’ultimo giorno che per andarmi a comprare dei fiori mi ha fatto preoccupare perché non ha spaccato il secondo – discreta ed educata, precisa e scrupolosa.

L’esperienza è stata molto positiva, ma anche estremamente stancante: sapevo che avrei dovuto dedicarle del tempo ma non credevo così tanto. Per ogni azione che ho compiuto dovevo calcolare il tempo per eseguirla più il tempo per spiegare a Giulia cosa stavo facendo e un momento per le domande. Spesso ho continuato a lavorare parecchie ore dopo che lei se n’era andata per mettermi in pari con tutto e tenere il passo, spesso mi sono alzata all’alba per avere un po’ di vantaggio sulla giornata. Molto gratificante, ma che sonno!

Negli ultimi giorni del suo tirocinio, dopo aver visto Giulia molto demoralizzata per aver impiegato tanto, tantissimo tempo su una traduzione che le avevo assegnato, mi sono interrogata se la mia scelta di non darle tempistiche ferree fosse stata vincente e mi sono colpevolizzata per essere stata in parte causa di quello stress. Alla fine però poi mi sono detta che quella è stata una lezione molto importante per Giulia: il sentirsi inadeguati, non all’altezza, frustrati e vedere tutto nero fa parte della vita, freelance e non – ma freelance soprattutto. Con questa esperienza ha sicuramente capito che cosa non ha funzionato e come avrebbe potuto gestirsi meglio per evitare di ritrovarsi in quella situazione. E sono sicura che questi errori non li commetterà più.

Aufwiedersehen Giulia ❤️